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Sono stati ripiantumati 6.500 tra carrubi, oleandri e pini. Lampedusa vuole tornare verde!
È stata la deforestazione iniziata nell’800, che ha distrutto la vegetazione della nostra isola, tutto per lasciare posto al carbone e alla pesca.

È appena partito il progetto  di rimboschimento dell’isola, che prevede da qui a pochi mesi la piantumazione di 6500 tra carrubi e pini  ed oleandri. Ne verrà piantato uno per ogni abitante e a lavori conclusi ogni cittadino potrà adottarlo, annaffiarlo e prendersene cura.
Verranno piantati su un percorso di circa un chilometro e mezzo lungo la costa Nordoccidentale, tra la località che si chiama Muro vecchio e il cosiddetto Albero del sole, che con i suoi 133 metri sul livello del mare è il punto più alto dell’isola e uno dei luoghi migliori da cui godersi il tramonto, vicino al faraglione.

Sembra incredibile che oggi l’isola al centro del Mediterraneo, il ponte tra Africa e Europa, sia una distesa brulla e sterrata con qualche sparuta oasi di vegetazione.
Ma in realtà, prima che il re delle Due Sicilie Ferdinando II, a metà dell’Ottocento, decretasse una deforestazione selvaggia per produrre carbone vegetale, Lampedusa era un eden di verde e di frescura.
Difatti tra i gli anziani del posto c’è ancora qualcuno che ricorda l’odore dei fiori di pesco e melo che invadeva le valli di Lampedusa in primavera, così intenso da stordire.

Il progetto prevede anche la realizzazione di una grande compostiera per la produzione di humus e la ricostruzione dei vecchi muretti a secco per proteggere gli alberelli.  L’obiettivo è quello di ripristinare la vegetazione che molti anni fa era parte integrante del nostro contesto naturale», dice il sindaco Totò Martello.

Era il 1843 quando Bernardo Maria Sansivente venne inviato a Lampedusa dal re Ferdinando II con l’incarico di renderla coltivabile. Il sovrano l’aveva acquistata quattro anni prima dai principi Tomasi, gli avi dell’autore de Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Sansivente, con il titolo di governatore, si insediò a Lampedusa con un gruppo di 120 coloni, novanta uomini e trenta donne, in massima parte contadini. Vennero realizzate le «grandi opere»: sette edifici noti con il nome di «Sette Palazzi» con dieci appartamenti ciascuno, diverse altre case e strade per i nuovi abitanti, frantoi, magazzini, un cimitero. L’isola venne disboscata (con prudenza) per far posto alle coltivazioni agrarie: a ogni colono venne concesso per sei anni un appezzamento coltivabile e una porzione doppia da dissodare e piantumare.

Fatica immensa, in una terra che in quegli anni alternò stagioni di forti temporali, di venti, e di pesanti siccità. Ma mentre il governatore e i suoi uomini sudavano sette camicie, nel 1846 arrivò l’autorizzazione del re al disboscamento indiscriminato dell’isola per far fronte alla richiesta di carbone dalla Sicilia. Fu il punto di non ritorno: Lampedusa abbandonò l’agricoltura e si convertì totalmente alla pesca. Oggi il verde è limitato a poche decine di piante di vite, micro-orti, olivi e alberi da frutto che si contano sulle dita delle mani. Unica oasi di verde è quella intorno al santuario della Madonna di Porto Salvo, sulla strada che dal centro abitato porta alla spiaggia dei Conigli, il luogo mitico dell’eremita Andrea Anfossi, ligure rapito dai corsari nel Cinquecento che qui si stabilì praticando il doppio culto, cristiano o musulmano, a seconda di chi si trovava davanti. Espediente per sopravvivere, in quegli anni di razzie sotto l’egida della Croce o della Mezzaluna, ma anche simbolo della naturale multiculturalità dell’isola. Da qui il detto «Sei come il romito di Lampedusa», ovvero pieghi la fede al momento del bisogno. Adesso, la speranza (o l’utopia) del rimboschimento.

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