Vegetazione di Lampedusa: perché oggi sull’isola ci sono così pochi alberi?

Vegetazione di Lampedusa e del Mediterraneo

Se si conosce Lampedusa soltanto in estate, si potrebbe pensare che sia sempre stata così. Terra chiara, cespugli bassi, erbe secche, pietra che affiora quasi ovunque e pochissimi alberi abbastanza grandi da interrompere la linea dell’orizzonte. Il paesaggio sembra avere una logica evidente: sole forte, poca pioggia, vento, mare tutto intorno. Cos’altro potrebbe crescere qui? E invece il primo errore è proprio questo.
La vegetazione di Lampedusa che vediamo oggi non coincide completamente con quella che ricopriva l’isola nei secoli passati.
Le fonti storiche raccontano un territorio molto più coperto di quello attuale.

Quando Bernardo Maria Sanvisente arrivò nel 1843 per guidare la colonizzazione borbonica, descrisse una vegetazione fitta, composta da specie arboree, arbustive ed erbacee: lentisco, olivastro, ginepro, carrubo, corbezzolo, pino d’Aleppo, euforbia e altre essenze mediterranee. L’Archivio Storico di Lampedusa ricorda che lo stesso Sanvisente rimase tanto colpito dalle fioriture dell’isola da dedicare alla botanica un intero capitolo della sua monografia pubblicata nel 1849. Questo cambia parecchio il modo di guardare un tratto di campagna lampedusana.

Perché ciò che oggi appare come un paesaggio inevitabilmente arido è, almeno in parte, anche un paesaggio storico. E per capire come la vegetazione di Lampedusa sia diventata così bisogna tornare a quando coltivare sull’isola sembrò una delle strade possibili per costruire il futuro.

Lampedusa non è sempre stata così e l’Ottocento ha cambiato il paesaggio

Vegetazione di Lampedusa e del Mediterraneo
Vegetazione di Lampedusa e del Mediterraneo

Il 22 settembre 1843, come anticipato appena poco sopra, Sanvisente sbarcò a Lampedusa insieme a circa 120 coloni, in maggioranza contadini e artigiani. Cominciò allora una fase completamente nuova: furono costruiti edifici, strade, magazzini, frantoi e altre strutture indispensabili alla nascente comunità, mentre ampie porzioni di terreno vennero assegnate e preparate per la coltivazione. Per farlo bisognava liberare spazio.

L’Accademia dei Georgofili ricostruisce questa fase spiegando che furono avviati estesi disboscamenti per creare superfici agricole; gli olivastri presenti vennero in parte innestati, gli appezzamenti furono recintati e ai coloni furono affidati terreni da dissodare e migliorare, con l’obiettivo di introdurre fruttiferi, vigne, cereali e altre colture. Qui conviene però evitare una spiegazione troppo comoda. La scomparsa della vegetazione di Lampedusa originaria non avvenne in un giorno e non dipese da una sola causa.
Alla trasformazione agricola si aggiunse l’utilizzo della vegetazione per produrre legna e carbone, mentre la pressione esercitata nel tempo sulle risorse naturali contribuì ulteriormente alla perdita della copertura precedente.
Legambiente colloca proprio nella colonizzazione ottocentesca una fase decisiva di trasformazione, con l’estirpazione della vegetazione naturale per le coltivazioni e l’attività di carbonificazione. 

Una ricerca scientifica dedicata alle formazioni vegetali dell’isola arriva a una conclusione molto netta: Lampedusa fu sostanzialmente deforestata durante la seconda metà del XIX secolo. Il successivo abbandono di gran parte dell’agricoltura, da solo, non è stato sufficiente a riportare il territorio alla situazione precedente, perché le condizioni ambientali e le pressioni accumulate hanno ostacolato la ricostituzione spontanea della originaria vegetazione di Lampedusa. 

Qui la storia diventa interessante anche per chi non ha alcuna passione per la botanica.

Togliere alberi e arbusti in un posto esposto come Lampedusa significa togliere anche radici che trattengono il terreno, ostacoli che rallentano il vento e copertura capace di attenuare l’azione diretta del sole sul suolo. Su un’isola in cui acqua e terra fertile sono risorse limitate, l’equilibrio diventa rapidamente fragile.

Il Piano Paesaggistico delle Isole Pelagie descrive ancora oggi ampie zone del pianoro centrale come caratterizzate da una vegetazione impoverita, prevalentemente steppico-arbustiva, mentre qua e là sopravvivono o ricompaiono elementi della macchia mediterranea come il lentisco. Dunque no: il paesaggio che attraversiamo oggi in scooter non è semplicemente “quello che il clima ha deciso”.
Anche la storia ci ha messo le mani.

Tagliare la vegetazione di Lampedusa richiede poco tempo. Farla tornare è un’altra faccenda

A questo punto viene spontaneo chiedersi perché, una volta terminata la grande stagione dei disboscamenti e progressivamente ridotta l’attività agricola, gli alberi non siano semplicemente ricresciuti.

È una domanda molto meno ingenua di quanto sembri. La vegetazione di Lampedusa deve fare i conti con estati lunghe e secche, scarsità di acqua, esposizione ai venti e suoli che in numerose aree hanno perso parte della loro struttura e profondità. Una giovane pianta arborea deve riuscire a superare proprio gli anni in cui è più vulnerabile. Non basta lasciare vuoto un terreno perché torni automaticamente il paesaggio precedente.

Per questo, a partire dalla seconda metà del Novecento, si è tentato anche il rimboschimento artificiale.

I documenti del Corpo Forestale regionale indicano che gli interventi destinati a ricostituire una copertura arborea e arbustiva a Lampedusa e Linosa cominciarono nel 1967. Negli anni successivi furono rimboschiti circa 189 ettari nella sola Lampedusa. La scelta dell’epoca ricadde soprattutto sul pino d’Aleppo, accompagnato in alcune aree da altre specie. Era una strategia comprensibile nel contesto di quegli anni: creare velocemente una copertura forestale dove era stata perduta.

Oggi, però, sappiamo qualcosa in più.

Un recente progetto della Regione Siciliana dedicato al restauro ambientale dell’isola ricostruisce la situazione con una franchezza interessante: tra gli anni Sessanta e Novanta sono stati realizzati circa 200 ettari di rimboschimenti, prevalentemente a pino d’Aleppo, con presenza anche di acacie, tamerici e altre specie. Negli ultimi anni una parte consistente di questi impianti ha sofferto gravemente a causa della siccità, degli stress idrici e degli attacchi di insetti scolitidi, con la morte di numerosi alberi. 

È un passaggio che racconta bene come sia cambiata anche la nostra idea di “riportare il verde”. Ricostruire un ambiente naturale non significa semplicemente piantare alberi. Questo vale ancora di più nel caso della vegetazione di Lampedusa.

In primis, infatti, bisogna capire quali comunità vegetali appartengano realmente a quel territorio, quali siano capaci di sopportarne le condizioni e quali relazioni esistano tra suolo, acqua, insetti, arbusti, alberi e altre specie. Per questo gli interventi più recenti parlano sempre più spesso di rinaturalizzazione e recupero della vegetazione di Lampedusa autoctona, anziché della semplice creazione di boschi.

Nel 2025 la Regione Siciliana ha previsto, per la fascia meridionale compresa tra Cala Pulcino, Spiaggia dei Conigli, Cala Galera e Cala Greca, azioni per ricostituire formazioni arbustive e macchia autoctona, sostituendo progressivamente alcuni rimboschimenti artificiali compromessi e contrastando specie alloctone invasive. Tra gli habitat da conservare compare anche quello delle foreste mediterranee di olivo e carrubo. Nel giugno 2026 sono state inoltre approvate nuove misure di conservazione per la Zona Speciale di Conservazione “Isola di Lampedusa e Lampione”. È un segnale importante: il paesaggio vegetale non è qualcosa di immobile da fotografare, ma un patrimonio sul quale si continua a studiare e intervenire. 

La vegetazione di Lampedusa non deve per forza assomigliare a un bosco

Vegetazione di Lampedusa e del Mediterraneo
Vegetazione di Lampedusa e del Mediterraneo

C’è un ultimo equivoco da eliminare. Dire che Lampedusa ha perduto molta della propria vegetazione originaria non significa immaginare che l’obiettivo debba essere trasformarla in un’isola coperta ovunque da grandi alberi.

Il suo paesaggio vegetale attuale comprende garighe, steppe, arbusti, specie costiere e piante capaci di vivere in condizioni che metterebbero in difficoltà vegetazioni apparentemente più robuste. Alcune sono rarissime. Altre raccontano, persino geograficamente, quanto Lampedusa sia vicina al Nord Africa.

L’Università di Palermo sottolinea che sull’isola sopravvivono specie arboree e arbustive della vegetazione originaria in popolazioni estremamente ridotte, in alcuni casi rappresentate addirittura da pochissimi esemplari. È proprio questa rarità a renderle preziose dal punto di vista scientifico e conservazionistico. In altre parole, un cespuglio basso può essere molto più interessante di dieci alberi piantati nel posto sbagliato.

Vale la pena ricordarlo quando si attraversa l’isola d’estate e tutto sembra secco. Le piante che vediamo non stanno necessariamente “morendo”: molte specie mediterranee hanno strategie precise per attraversare il periodo più difficile, riducendo l’attività vegetativa e sfruttando rapidamente le piogge quando tornano. È anche per questo che chi conosce Lampedusa soltanto ad agosto ha visto, in realtà, una sola versione del suo paesaggio.

Chi vive sull’isola tutto l’anno, conosce bene come e quanto la vegetazione di Lampedusa possa cambiare in primavera, e quando specie spontanee ed endemiche tornano molto più evidenti. È un approfondimento che vale la pena collegare e quello inerente a flora e fauna di Lampedusa in primavera.
La prossima volta che attraversi un vallone, quindi, prova a guardare ciò che cresce lungo i lati. Non chiederti soltanto perché mancano gli alberi. Chiediti che cosa è riuscito a restare della vegetazione di Lampedusa. È una domanda molto più interessante.

Al Costa House Resort&Hotel il verde racconta quanto lavoro serve per far crescere qualcosa a Lampedusa

Un giardino, un orto o un oliveto possono sembrare elementi normali dentro una struttura ricettiva. A Lampedusa lo sono un po’ meno.

Nella tenuta di Costa House Resort convivono il giardino, le coltivazioni ortive, l’oliveto, il vigneto e il cappereto. Non rappresentano la vegetazione spontanea dell’isola e sarebbe sbagliato confondere le due cose. Raccontano però qualcosa che la storia della vegetazione di Lampedusa rende immediatamente comprensibile: qui coltivare e mantenere il verde significa lavorare dentro condizioni ambientali precise, non semplicemente piantare e aspettare. 

Forse è proprio per questo che il paesaggio dell’isola merita di essere osservato senza cercare sempre qualcosa di spettacolare.
Ci sono le piante sopravvissute nei valloni. I vecchi olivastri. I resti dei campi racchiusi dai muretti. Le aree rimboschite nel Novecento. Le nuove strategie che provano oggi a recuperare la macchia mediterranea con criteri diversi. E poi ci sono orti e giardini curati ogni giorno da chi continua a coltivare su questa terra.

Il verde a Lampedusa non è assente. È difficile. E una volta conosciuta la sua storia, quella difficoltà diventa parte del paesaggio.

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