Chi arriva a Lampedusa per la prima volta guarda quasi inevitabilmente verso l’acqua. È comprensibile. Il mare prende tutta l’attenzione, almeno nei primi giorni. Poi, mentre ci si sposta in scooter, si imbocca una strada secondaria o si attraversa l’interno dell’isola, cominciano a comparire altre linee. Sono basse, irregolari, color miele e sembrano continuare per inerzia tra un terreno e l’altro. Sono i muretti a secco a Lampedusa. È facile considerarli parte dello sfondo. Molto meno scontato è chiedersi perché siano lì.
La risposta porta lontano dalle cartoline e dentro la storia concreta dell’isola. Perché quelle pietre non furono sistemate per abbellire il paesaggio. Nascono da un modo ingegnoso di lavorare una terra difficile, battuta dal vento, povera d’acqua e tutt’altro che generosa con chi decideva di coltivarla. Ancora oggi raccontano dove passavano i confini, come venivano organizzati gli appezzamenti e quale rapporto gli abitanti avessero costruito con le risorse disponibili. L’agricoltura lampedusana si è infatti confrontata a lungo con venti forti e terreni esposti a processi di desertificazione. Basta cambiare domanda, dunque, e cambia anche Lampedusa. Non più soltanto: qual è la cala più bella? Ma: chi ha messo tutte queste pietre qui, e perché?
Nessuna malta, molta esperienza e una regola semplice: usare ciò che la terra offriva per i muretti a secco a Lampedusa

La tecnica è apparentemente elementare. Un muro a secco viene costruito sovrapponendo e incastrando pietre senza ricorrere a cemento o malta. Apparentemente, appunto. Perché far sì che quelle pietre rimangano al loro posto nel tempo richiede capacità nella scelta dei pezzi, nella disposizione e nell’equilibrio della struttura. Non sorprende che l’arte della costruzione in pietra a secco sia stata riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale: non rappresenta soltanto una tecnica costruttiva, ma un insieme di conoscenze che per secoli ha permesso alle comunità rurali di organizzare spazi destinati all’agricoltura e all’allevamento utilizzando prevalentemente risorse reperite sul posto. A Lampedusa questo principio assume un significato molto concreto.
Quando un terreno veniva preparato per essere coltivato, la pietra non era semplicemente uno scarto da eliminare. Poteva diventare materiale utile. Sistemata con attenzione, delimitava un appezzamento e contribuiva a dare ordine a uno spazio agricolo esposto a condizioni non semplici. Una soluzione nata dalla necessità finiva così per modificare anche l’aspetto dell’isola. È questo forse il particolare più interessante dei muretti a secco a Lampedusa: oggi li guardiamo come elemento del paesaggio; chi li costruiva, probabilmente, guardava soprattutto alla loro utilità. La bellezza è arrivata dopo.
Contro il vento non si combatte, si impara a coltivare diversamente con i muretti a secco a Lampedusa

C’è una ragione per cui parlare di agricoltura a Lampedusa senza parlare di vento è quasi impossibile. Su un’isola bassa, esposta e con disponibilità idriche limitate, coltivare ha sempre richiesto adattamento. I progetti contemporanei che stanno tentando di recuperare l’attività agricola sull’isola descrivono ancora oggi il vento e la progressiva degradazione dei suoli tra le difficoltà principali.
Ed è qui che quelle file di pietre, i muretti a secco a Lampedusa, iniziano ad avere un significato diverso. Un paesaggio rurale non nasce soltanto dalle piante che vi crescono. Nasce anche dalle soluzioni sviluppate per consentire a quelle piante di resistere. Nel Mediterraneo i muri a secco hanno assunto nel tempo funzioni differenti, ovvero hanno separato proprietà, organizzato terreni agricoli e, nei sistemi terrazzati, contribuito alla gestione del suolo e dell’acqua. I muretti a secco a Lampedusa conviene osservarli proprio in questa chiave: non come decorazione rustica, ma come traccia di un’agricoltura che doveva fare i conti con ciò che c’era. Poco terreno fertile? Si proteggeva.
Pietre da rimuovere? Si riutilizzavano. Vento? Si cercava di limitarne gli effetti. Nessuna soluzione spettacolare. Solo una lunga somma di gesti pratici.
Ed è curioso pensare che, mentre oggi si parla continuamente di uso efficiente delle risorse e adattamento ai cambiamenti climatici, una parte del paesaggio mediterraneo abbia già scritto molti secoli fa alcune risposte essenziali: non sprecare materiale, conoscere il luogo, costruire in funzione delle sue difficoltà.
Quei dettagli dell’isola che si capiscono meglio quando si smette di cercare il mare
Durante una vacanza estiva è improbabile che qualcuno decida di dedicare un’intera mattinata ai muretti a secco a Lampedusa. E non serve farlo. Il modo migliore per notarli è un altro. Quando percorri una strada interna, prova ogni tanto a rallentare lo sguardo. Osserva come cambiano i terreni ai lati della carreggiata. Cerca le vecchie divisioni, i campi oggi meno leggibili, le pietre accumulate lungo i margini. Non tutto sarà antico e non tutto avrà la stessa origine o funzione, naturalmente. Ma inizierai a vedere una struttura dove prima vedevi soltanto campagna arida.
È anche un piccolo modo utile per comprendere quanto l’immagine estiva di Lampedusa sia parziale. Agosto mostra l’isola nel momento in cui il sole ha asciugato quasi tutto, mentre altri periodi dell’anno restituiscono colori e vegetazione diversi. Basta accorgersi quanto raccontano le stagioni e quanto il paesaggio possa trasformarsi con l’arrivo delle prime piogge, quando il verde torna a inserirsi tra rocce, campi e i muretti a secco a Lampedusa. E allora capita una cosa piuttosto bella, ovvero che magari proprio tornando dal mare dopo una giornata passata in spiaggia, quello che prima sembrava un terreno vuoto smette di esserlo. Si fa caso al paesaggio e si cominciano a distinguere le tracce dell’agricoltura, i confini, le piante che hanno resistito, i punti in cui l’uomo ha provato a rendere abitabile e produttiva una terra esposta. Non occorre trasformarsi in archeologi del paesaggio. Basta sapere cosa si sta guardando.
Prima di diventare paesaggio, quei muretti a secco a Lampedusa erano una giornata di lavoro

La storia dei muretti a secco a Lampedusa non comincia con un progetto estetico e nemmeno con l’idea di creare quel reticolo di pietra che oggi riconosciamo come parte del paesaggio. Comincia molto più semplicemente, come abbiamo detto, con un problema: per coltivare bisognava prima liberare il terreno.
Quando nel settembre del 1843 Bernardo Sanvisente arrivò sull’isola con circa 120 coloni, in gran parte contadini, il governo borbonico avviò una colonizzazione che puntava anche a mettere a coltura le terre disponibili. Gli appezzamenti assegnati erano ricchi di pietrame e il lavoro agricolo passava inevitabilmente dallo spietramento, cioè dalla rimozione delle pietre che ostacolavano la lavorazione del suolo. Quelle pietre, però, non venivano portate altrove. Diventavano materiale da costruzione.
Il procedimento aveva una logica quasi perfetta nella sua economia. Si raccoglieva la pietra calcarea disponibile sul posto e la si sistemava senza malta, scegliendo e incastrando i pezzi in modo che il peso e la disposizione dessero stabilità al muro. È il principio stesso della costruzione a secco: nessun legante, talvolta soltanto terra asciutta, e una conoscenza pratica che permetteva di capire quale pietra potesse sostenere l’altra. L’UNESCO, che ha riconosciuto quest’arte come patrimonio culturale immateriale, sottolinea proprio come la solidità di queste strutture dei muretti a secco a Lampedusa dipenda dalla selezione e dal posizionamento accurato delle pietre locali.
Ma a Lampedusa costruire un muro non significava soltanto segnare dove finiva la terra di una famiglia e cominciava quella di un’altra. I terreni venivano ulteriormente divisi in piccoli appezzamenti, chiamati “lenze”, perché più muri significavano anche più protezione per le colture esposte ai venti dell’isola. Lungo i muretti perimetrali si piantavano inoltre filari di fichidindia: contribuivano a creare una barriera e, nello stesso tempo, offrivano alimento agli animali.
E c’è un particolare che sposta la storia ancora più indietro. Prima della colonizzazione borbonica esisteva già quello che le fonti ricordano come “Muro Vecchio”, un muro di pietra a secco disposto in direzione nord-sud con cui Salvatore Gatt e Alessandro Fernandez, durante la precedente presenza maltese sull’isola, avevano diviso il territorio tra loro mentre iniziavano a disboscarlo e coltivarlo.
È difficile sapere quante mani abbiano sistemato, tolto e rimesso quelle pietre nel corso dell’Ottocento. Ma il gesto si può ancora intuire: una pietra sollevata dal campo smetteva di essere un ostacolo e diventava confine, riparo, struttura. Lo stesso lavoro che rendeva coltivabile la terra costruiva, pezzo dopo pezzo, il paesaggio di Lampedusa.
I muretti a secco a Lampedusa sono anche piccoli spazi di vita
C’è poi una parte della storia che non riguarda direttamente l’uomo. Le fessure lasciate tra una pietra e l’altra creano piccoli ripari e microambienti utilizzabili da invertebrati, rettili e altri organismi. Nel contesto lampedusano, studi e pubblicazioni sulla fauna terrestre segnalano proprio i muri a secco e gli accumuli di pietre tra gli habitat frequentati da alcune specie.
È un dettaglio che cambia ancora una volta la prospettiva.
Un muro che per un agricoltore delimitava un terreno può diventare, per un piccolo animale, un luogo in cui trovare protezione. Una costruzione umana entra così nel funzionamento del paesaggio naturale senza separarsene completamente. Naturalmente questo non significa che ogni vecchio muro debba essere trasformato in attrazione turistica o esplorato da vicino. Anzi. Osservarlo senza spostare pietre, senza cercare animali nelle fessure e senza uscire inutilmente dai percorsi è il modo più sensato di avvicinarsi a questi elementi. Lampedusa ha già abbastanza luoghi da “conquistare”. Alcuni meritano semplicemente di essere capiti.
A Costa House Resort anche l’entroterra diventa parte del viaggio
Soggiornare a Lampedusa significa inevitabilmente organizzare giornate di mare, scegliere le cale in base al vento e tornare a casa con fotografie piene di azzurro. Sarebbe però un peccato non accorgersi di ciò che sta tra una spiaggia e l’altra.
Costa House Resort nasce proprio all’interno di una tenuta di famiglia nella zona compresa tra Cala Pisana, Cala Creta e il centro abitato, in un contesto in cui il rapporto con la terra non è un elemento aggiunto per costruire un’immagine, ma appartiene alla storia e alla natura stessa dell’agriresort. Forse è questo il modo più interessante di guardare i muretti a secco a Lampedusa: non come un monumento da raggiungere seguendo una mappa, ma come una presenza che accompagna il viaggio. Sono lì mentre vai al mare, mentre rientri al tramonto, mentre attraversi un tratto di campagna che pensavi non avesse niente da raccontare. Poi qualcuno ti spiega perché esistono. E da quel momento non riesci più a non vederli.



